Intervista a Mario Colombo Presidente Frida’s Friends Onlus

Mario Colombo
Presidente Frida’s Friends Onlus

 


1) Quando è nata l’Associazione Frida’s Friends Onlus e perchè ha deciso di fondarla?

L’Associazione nasce il giorno del mio compleanno, l’8 marzo del 2012, perchè volevo fortemente che fosse una cosa mia e che avesse una mia impronta.  Essa deriva dalla mia grande passione per il mondo animale e la natura; sono sempre cresciuto in mezzo agli animali da compagnia vedendo la buona energia che essi emanano e quindi, dopo essermi documentato sulla Pet Therapy nata negli anni 60 in America e aver appurato che non fosse la classica moda americana del momento ma un qualcosa basato su dati scientificamente provati, ho deciso di intraprendere questa strada. In quel momento in Italia c’erano già altre realtà che si occupavano di questo ma posso dire dopo 14 anni di aver fatto un percorso con una mentalità un po’ diversa rispetto a quello che già c’era.

2) Da dove deriva il nome?

All’epoca Frida, uno schnauzer nano nero, era uno dei miei cani. Mi ha sempre fatto ridere per tutto: per come si muoveva, per come camminava, poi con il pelo color nero era un po’ l’alter ego di Calimero e ho voluto dedicare questo progetto a lei… come si dice quando un cane ti cambia la vita.  Lei mi ha dato davvero tanto ed io ho cercato di fare la mia parte.

3) Quali benefici si possono avere nella relazione uomo-cane durante le attività di Pet Therapy?

I benefici sono innumerevoli principalmente quello di trovare un po’ di pace interiore. E’ stato provato scientificamente che anche solo la vista di un animale domestico aumenta le endorfine e fa calare lo stress. Ormai nelle pubblicità la figura del cane viene inserita dovunque perche’ ha un effetto rassicurante riportando alla “dimensione casa”. Oltre al cane riveste un ruolo di grande importanza anche il professionista e l’equipe che lo accompagna. Il cane e il gatto sono dei “catalizzatori”, cioè quelle figure che all’interno del set terapeutico riescono a farti aprire in modo più o meno semplice delle “porte” soprattutto a livello psicologico che altrimenti il medico non avrebbe aperto. Quindi sull’aspetto psichico gli interventi assistiti con gli animali hanno davvero una grande importanza e permettono di ottenere dei grandi risultati su tutto quello che è ansia, stress, ritrovare la cognizione di sè, ritrovare l’autostima e fare un percorso che possa agevolare i rapporti umani.

4)Quali cani impiegate per la vostra attività? Ci sono razze particolari che scegliete per esempio negli allevamenti o anche i cani provenienti dai rifugi possono lavorare in questo campo? Si fa un vero e proprio addestramento?

Può essere impiegato qualunque cane che abbia una buona energia cioè non esiste una razza prediletta, ma si lavora sempre sull’individuo; esistono infatti soggetti che hanno la propensione e l’indole adatta per essere inseriti in queste dinamiche e altri no e questa indole la si può trovare anche in cani non di razza. Nella nostra equipe abbiamo tanti cani meticci, io personalmente ne ho due che arrivano dalla Sicilia. Si lavora sempre su un aspetto di base che è la propensione del cane ad accettare le relazioni, dimostrandosi molto empatico e avendo la propensione ad essere toccato e maneggiato anche da persone che non fanno parte della propria famiglia. Se c’è questa indole di base si può lavorare, altrimenti non si può fare nulla, cioè non esiste un addestramento che permetta di formare un cane da Pet Therapy.  Se un cane è molto empatico, dolce, equilibrato si inizia fin da cucciolo gradualmente a portarlo in mezzo alle persone e a farlo interagire con gli altri, facendogli fare tante esperienze in modo tale che sia sereno in tanti contesti differenti (a casa propria,  in un negozio, in mezzo alla strada con altre persone….); bisogna enfatizzare tutte queste caratteristiche fino ai 2-3 anni di età del cane cioè fino a quando diventa completamente adulto. A quel punto si può capire se è un cane adatto a questo tipo di lavoro e in tal caso viene certificato da un veterinario esperto in IAA e pian piano  introdotto nel set terapeutico. Bisogna comunque lavorare sempre tenendo conto del benessere animale: il cane non deve subire le relazioni con i pazienti ma deve essere in equilibrio con loro. Vanno pertanto controllati tutti i segnali di stress e tutte quelle situazioni che potrebbero scatenare delle esperienze negative compromettendo il suo percorso.

 

 

Nelle foto sopra: Maya salvata da un rifugio in Sicilia e diventata un cane da Pet Therapy.

5) Ci parla della vostra attività presso la Casa Pediatrica dell’Ospedale Fatebenefratelli di Milano?

Alla Casa Pediatrica abbiamo più di un progetto in essere. Il progetto più consolidato, chiamato “Cani in corsia”, è nato nel 2015 e si rivolge ai pazienti “di passaggio” della pediatria, cioè a tutti quei bambini presenti nel reparto per varie problematiche che vanno per esempio incontro al primo prelievo o alla prima visita, tutte quelle situazioni cioè ricche di ansia e stress. Nel caso di bambini ricoverati inoltre, poichè abbiamo la possibilità di vederli più volte, riusciamo a organizzare anche alcune attività più costruttive.  L’altro progetto è invece dedicato alle adolescenti con disturbi del comportamento alimentare (DCA) ed è un progetto unico in Italia. Le ragazze rimangono ricoverate per una media di tre o quattro mesi e pertanto si instaura con loro un rapporto interpersonale molto forte e molto terapeutico. Si lavora sempre in sinergia con lo staff medico dell’ospedale proprio per capire le caratteristiche di questo tipo di utenza e riuscire a realizzare delle attività che siano adatte a queste pazienti, sempre con lo scopo di ridare serenità e portare a un recupero del proprio equilibrio personale. Un altro progetto unico in Italia, adesso terminato, è stato quello dedicato alle vittime del bullismo e del cyberbullismo. Nel 2018-19, sempre in collaborazione con la psicologa dell’ospedale Fatebenefratelli, abbiamo applicato la Pet Therapy a questo tipo di pazienti che avevano un po’ perso la voglia di vivere non volendo più uscire di casa, andare a scuola e che avevano una sorta di malessere nei rapporti interpersonali. Anche in questa circostanza, grazie sia alla nostra equipe sia all’amore incondizionato dei nostri animali che sono “non giudicanti”, siamo riusciti a fare del bene a questi soggetti.

 

6) Da tutti i dati raccolti è nato poi uno studio osservazionale?

Si esatto, insieme al Professor Luca Bernardo abbiamo deciso di dare una connotazione più scientifica alla nostra presenza in ospedale raccogliendo i dati di diversi casi sia di bambini che arrivavano in pediatria ad esempio per fare la prima visita, sia pazienti della DCA, sia  pazienti psichiatrici che rimanevano ricoverati più a lungo. Questi dati hanno confermato i benefici ottenuti dalla Pet Therapy con il rilevamento di diminuzione del cortisolo e aumento della serotonina e delle endorfine con conseguente miglioramento dell’ansia e dello stress; si è addirittura osservata una diversa percezione del dolore perche’ quando si ha la mente concentrata su qualcosa d’altro di positivo, come per esempio un cane in cerca di coccole, anche la nostra sopportazione del dolore è completamente diversa.

7) Parlando adesso di anziani vi recate anche presso le RSA?

Si finalmente siamo tornati ad occuparci anche degli anziani perche’ durante il periodo del covid-19  non è stato più possibile recarci presso le RSA e tutti i nostri progetti sono stati bloccati. Lavoriamo in particolare con pazienti affetti da demenza senile e morbo di Alzheimer e chiaramente questo tipo di lavoro è molto diverso anche perchè questi soggetti sono quasi tutti sulla sedia a rotelle, difficilmente deambulano e pertanto bisogna scegliere con cognizione di causa il binomio giusto con il coadiutore giusto perchè non è detto che un cane bravissimo con i bambini lo sia anche con gli anziani.

 

8) Un’altra attività è quella presso gli aereoporti. Come si svolge?

Anche quello è stato un bel progetto durato due anni e finito nel 2017. Era un bando che aveva fatto la società degli aereoporti milanesi e prevedeva la nostra presenza sia a Malpensa che a Linate. Noi ci posizionavamo nel gate prima della partenza e in quella sala d’attesa c’erano tante situazioni di stress come ad esempio la paura di volare, cioè come si suol dire “c’era tanto pane per i nostri denti”. La nostra presenza veniva poi monitorata con dei questionari per controllare l’indice di gradimento del pubblico e le persone erano entusiaste.

 

9) Anche i gatti possono essere impiegati per la Pet Therapy? Avete creato qualche progetto che preveda la loro presenza?

Si abbiamo un progetto con i bambini ipovedenti all’Ospedale Niguarda che è iniziato nel 2019 e adesso alterniamo i cani con i gatti nel reparto di DCA. Tendenzialmente usiamo gatti di razza ragdoll, selezionata apposta per essere “maneggiata” e toccata, dimostrando una grande empatia con l’uomo. Bisogna trovare l’alchimia giusta. Le dinamiche nel set terapeutico sono molto diverse tra cane e gatto. A differenza di quello che avviene con il cane, il set terapeutico del gatto è una stanza chiusa, il gatto deve essere in libertà e avere tante confort zone, tanti punti cioè dove lui si può ritirare se dovesse trovarsi in una situazione di stress. Il gatto non è sempre il centro della seduta terapeutica: a volte si fanno attività dette “referenziali”, per esempio un disegno o un racconto, nelle quali il gatto c’è nel set terapeutico ma non è il centro della relazione, a volte compare  e a volte no. Bisogna come dicevamo lavorare sempre nel mantenimento del benessere animale per cui il gatto può ritirarsi o farsi accarezzare in totale libertà.

 

10) Come si diventa operatori di Pet Therapy?

Bisogna andare da un ente certificato e fare i tre corsi (propedeutico, base, avanzato) seguiti da una tesi finale. Terminato questo percorso si diventa coadiutore del cane ( o del gatto, asino, del cavallo o coniglio), cioè colui che intrattiene rapporti con le persone insieme al proprio pet. Una volta che si è coadiutori si viene registrati ad un albo che si chiama Digital Pet di Regione Lombardia e si può iniziare a lavorare all’interno di un set terapeutico in equipe o anche da soli. Anche il cane o il gatto devono comunque essere certificati da un veterinario esperto in IAA che, oltre a certificare la salute dell’animale, certifica anche la sua propensione per poter essere inserito pian piano in set terapeutici.

11) Obiettivi per il futuro?

Da 14 anni siamo presenti in varie strutture come ospedali, aereoporti, scuole e RSA e adesso vorremmo avere un centro nostro; stiamo lavorando per creare Campus Frida recuperando un’area abbandonata che c’è qua in Brianza. Vorremmo poter diventare anche noi un ente certificato per formare nuovi coadiutori ma sopratutto continuare le terapie con quelle persone che ci hanno conosciuto negli ospedali e nelle RSA  e che vorrebbero continuare questo percorso una volta dimessi.

Il percorso di Frida’s Friends raccontato qui  brevemente è stato possibile, oltre alla mia visone e tenacia,  grazie all’aiuto di sponsor come : Fondazione Arcaplanet, Fondazione Royal Canin e Purina.

Ma soprattutto grazie alle  mie fantastiche collaboratrici che compongono L’equipe Frida’s Friends coordinata da Caterina, Chiara e Cristina. Grazie a tutte le coadiutrici che mi aiutano a creare e donare buone emozioni quotidiane!

Grazie a tutti del sostegno!

 

Intervista alla Dott.ssa Francesca Mugnai, Direttrice Scientifica Centro di Ricerca Antropozoa

Dott.ssa Francesca Mugnai
Direttrice Scientifica Centro di Ricerca Antropozoa

 

 

1) Quando nasce e di cosa si occupa l’Associazione Antropozoa?

L’Associazione Antropozoa nasce oltre 25 anni fa con l’obiettivo di promuovere e realizzare Interventi Assistiti con gli Animali (IAA) in ambito sanitario, educativo e sociale. Il suo approccio si basa su un modello etologico-relazionale che valorizza il benessere sia della persona sia dell’animale coinvolto, promuovendo la relazione uomo-animale come risorsa terapeutica, educativa e di cura.
Collabora sia nel panorama regionale che extraregionale con strutture pubbliche e private. Il gruppo Antropozoa è costituito e collabora attivamente con professionisti specializzati con conoscenza ed esperienza nel campo delle scienze psicologiche educative e riabilitative e specialisti del mondo animale. È l’unica associazione in Italia a lavorare in modo costante e continuativo in una struttura sanitaria pubblica, l’AOU pediatrica Meyer di Firenze.

2) Come è organizzata la vostra attività presso l’Ospedale pediatrico di Firenze?

Antropozoa è attiva presso l’AOU Meyer di Firenze da oltre 20 anni: grazie al sostegno della Fondazione Meyer, i cani entrano in tutti i reparti, anche i più delicati come l’oncoematologia e la rianimazione. Lavora anche in altri ospedali. Gli IAA sono parte integrante del protocollo di cura e questa collaborazione è stata pioneristica, contribuendo a scrivere la storia della pet therapy nelle strutture sanitarie in Italia e non solo.
Ogni giorno l’équipe composta dal cane e dall’operatore entra nell’ospedale e, su indicazione di medici e infermieri, opera in interventi personalizzati sulle necessità del paziente che vengono poi monitorati nel tempo sempre con l’ausilio di un team multidisciplinare. Gli interventi sono dunque parte integrante dei percorsi di cura e avvengono in sinergia con il personale dell’ospedale, in un intervento ormai diventato sistemico.

 

 

3) Oltre che in ambito pediatrico dove svolgete la vostra attività di IAA?

Oltre all’ambito pediatrico, operiamo in contesti socio-educativi, scolastici, residenze per anziani, comunità terapeutiche e centri per la disabilità, carceri e scuole. Gli IAA vengono calibrati sui bisogni specifici di chi ne beneficia, costantemente monitorati, adattati e inseriti in progetti strutturati, con finalità educative, riabilitative o terapeutiche, sempre in stretta collaborazione con le realtà con cui ci troviamo a collaborare.

 

 

4) Ci parla della “Farm therapy”?

La “Farm Therapy” è una metodologia che integra la dimensione educativa e relazionale degli IAA con le attività della vita all’aria. In un contesto rurale, bambini e adulti possono sperimentare un contatto diretto con la natura, gli animali e i ritmi naturali, a cui purtroppo non siamo più abituati. È uno strumento efficace per favorire autonomia, consapevolezza corporea, gestione delle emozioni e relazioni significative, ma anche per accrescere l’autostima, stimolare l’indipendenza, avere benefici sia psicologici che fisici.

 

 

5) Il Centro di Ricerca Antropozoa nasce come una sezione dell’Associazione. Quando è stato fondato e di cosa si occupa?

Il Centro di Ricerca Antropozoa è stato fondato nel 2018 con l’obiettivo di sostenere e approfondire scientificamente la pratica degli IAA. Si occupa di ricerca clinica, formazione e divulgazione, in collaborazione con università, enti pubblici e privati. Membri esterni e collaborazioni internazionali supervisionano l’aspetto scientifico e fanno da garanti per un confronto di qualità e super partes.
Negli ultimi anni si sta concentrando sul punto di vista dell’animale, sul suo benessere fisico e mentale e sul fenomeno della zoonosi inversa, nonché sull’elaborazione del lutto del bambino e dell’adulto nella perdita del proprio animale domestico.

 

6) Come è composto il team che vi lavora?

Il team è multidisciplinare e comprende psicologi, medici, pedagogisti, educatori, veterinari, etologi e coadiutori dell’animale. È costituito da specialisti in ambito clinico e sanitario, del mondo animale e umano, nonché figure legate al mondo della filosofia, sociologia e antropologia vista l’origine e la complessità interdisciplinare della relazione uomo-animale.  La formazione continua, il lavoro d’équipe e il confronto costante con le istituzioni sanitarie e accademiche garantiscono la qualità e l’efficacia degli interventi, nel rispetto delle Linee Guida Nazionali sugli IAA.

 

7) La divulgazione di un modello corretto di comportamento avviene anche attraverso pubblicazioni?

Sì, la divulgazione è parte integrante del nostro lavoro. Pubblicazioni scientifiche, articoli divulgativi, libri, manuali e materiali educativi, ma anche tesi universitarie che supportiamo nella ricerca e sviluppo, aiutano a diffondere una corretta cultura della relazione uomo-animale e dell’approccio etologico-relazionale. Organizziamo corsi di alta specializzazione per diventare operatori di IAA e corsi universitari; organizziamo e partecipiamo a convegni e seminari in ambito nazionale e internazionale. Parlare di questo argomento in maniera seria e basata sulla pratica, confrontarsi con chi fa la stessa cosa, permette una crescita personale, collettiva, della comunità multidisciplinare interessata a questo settore e non lascia posto alla pericolosa improvvisazione.

8) Quali sono i fattori più stressanti per il cane e quali accorgimenti attuate per proteggerli?

Rumori forti, ambienti affollati, movimenti improvvisi, odori non conosciuti, mancanza di pause e segnali di disagio non riconosciuti: sono tutti elementi che possono stressare l’animale il quale ha gli stessi diritti di salute dell’essere umano. Per proteggerli, seguiamo protocolli rigorosi: formazione specifica del coadiutore, valutazioni comportamentali e veterinarie continue, rispetto dei tempi e delle necessità dell’animale, supervisione veterinaria costante. Il benessere del cane è parte fondamentale del nostro metodo.

9) Cosa si intende per “servizi assistiti con gli animali”?

Si tratta di attività strutturate e continuative in cui la presenza dell’animale è inserita in un contesto educativo, sanitario o sociale. Sono progettati in base a obiettivi condivisi con le strutture ospitanti e prevedono monitoraggio, valutazione degli esiti e lavoro in équipe multidisciplinare.

10) Antropozoa è l’unico organismo italiano accreditato da ISAAT. Quali caratteristiche bisogna avere per ottenere tale riconoscimento?

ISAAT (International Society for Animal Assisted Therapy) richiede il rispetto di standard elevati in termini di formazione, ricerca, benessere animale e qualità degli interventi. L’accreditamento è concesso dopo un’analisi dettagliata delle competenze del team, dei protocolli operativi, della documentazione clinica e dell’impatto degli interventi. È un riconoscimento di eccellenza a livello internazionale.

11) Cosa avviene all’estero? Nella ricerca, nella clinica, nei protocolli quali sono gli ambiti maggiormente studiati al momento?

A livello internazionale si stanno approfondendo gli effetti degli IAA su disturbi del neurosviluppo, patologie croniche, salute mentale e in ambito oncologico. La ricerca si concentra sull’evidenza scientifica degli esiti, sul benessere animale e sull’integrazione degli IAA nei protocolli clinici. I paesi più attivi sono Stati Uniti, Canada, Germania, Svizzera e Giappone. Ma anche in Italia ci stiamo dando molto da fare e negli ultimi anni abbiamo percorso passi da gigante, anche grazie alla stima che stiamo ottenendo a livello internazionale e che ci permette un confronto costruttivo con  i colleghi oltre frontiera.

 

Intervista al Capo squadra del VVF Silvio Zurlini

Silvio Zurlini
Capo squadra dei VVF del Comando di Massa Carrara

1) Maia la prima cocker del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco. Perché la sua scelta è caduta proprio su questa razza? Come è avvenuto il vostro incontro?

Mi sono innamorato dei cani da ricerca quando li ho visti operare durante il terremoto del 2009 a l’Aquila. Mi sono messo in contatto con un collega di Livorno, Lazzerini Michele, che lavorava presso il comando di Pisa ed aveva addestrato una Labrador di nome Rubia. Io avevo una cockerina femmina, ha fatto una cucciolata dalla quale è nata Maia e, grazie a lui, nonostante lo scetticismo di molti, dopo tre anni siamo riusciti a conseguire il brevetto per la ricerca in superficie e sotto macerie, sostenendo l’esame presso la scuola di Volpiano a Torino.

2) Qual era il carattere di Maia e quando lei ha capito che potevate diventare un’unità cinofila?

Il carattere di Maia era meraviglioso, socievole e giocherellone; soprattutto le piaceva il gioco della ricerca. La mia inesperienza ha contribuito ad allungare i tempi per arrivare ad essere con lei per davvero un’Unità Cinofila. A poco a poco Maia ha raggiunto il livello degli altri cani e, in alcune situazioni, lo abbiamo anche superato: in quel momento ho capito che ce l’avevamo fatta ed eravamo una Unità Cinofila.

3) Come è avvenuto il suo percorso di addestramento?

L’addestramento è stato lungo e faticoso e la crescita di entrambi non è sempre stata rose e fiori; c’erano giornate nelle quali Maia essendo troppo giovane non era sempre concentrata. Poi è arrivato un giorno nel quale è davvero maturata e da lì non ha più perso un colpo, fino a quando non si è ammalata nel 2018.

 

4) Ci racconta la vostra esperienza durante il terremoto di Amatrice?

Amatrice, nonostante la drammaticità dell’evento, è stato il vero esame durante il quale è emerso che io e lei eravamo davvero diventati un’ Unità Cinofila: lei sapeva cosa fare ed io ero tranquillo perché’ vedevo che era diventata un “grande”cane e insieme eravamo un tutt’uno. In quel momento mi sono sentito orgoglioso e i sacrifici fatti fino ad allora sono stati tutti ripagati.  Se io e te ci siamo conosciuti è proprio grazie a tutto questo lavoro. Mi ricordo le parole di un collega di Lucca, il quale non reputava Maia adatta a fare ricerca perché riteneva che solo i Malinos, come il suo cane, avrebbero dovuto essere i cani utilizzati da tutti i soccorritori. Dopo cinque giorni ad Amatrice mi disse: “Silvio conosci la mia opinione riguardo al Cocker, ma il miglior cane che ho visto lavorare in questo terremoto (e di cani ce n’erano tanti) è stata Maia, Chapo”.

 

5) Tra le tante operazioni svolte ne ricorda qualcun’altra in particolare?

Tra le tante ricerche di persone disperse in superficie, due operazioni sono rimaste indelebili: una è successa il 15 aprile del 2016 dove in un incidente alle cave di Carrara morirono due cavatori rimasti sotto una frana e insieme ad altre tre Unità Cinofile riuscimmo a circoscrivere la zona, dove poi vennero trovati i corpi. In riconoscenza del lavoro svolto alle cave la Fondazione Marmo donò ai vigili del fuoco un pick-up attrezzato per l’unità cinofila.

L’altra operazione si è svolta durante l’alluvione di Livorno nel 2017, dove fummo impegnati nella ricerca delle vittime portate via dall’acqua, situazione nella quale le condizioni di lavoro erano davvero estreme.

Grazie a Maia nel novembre del 2017, ho potuto poi frequentare, presso il comando di Pisa, il corso USAR. Il corso ha avuto ed ha ancora, la durata di due settimane. USAR è l’acronimo di URBAN SEARCH & RESCUE, ricerca e soccorso in ambiente urbano. E’ un acronimo internazionale, dove i vigili del fuoco di tutto il mondo, che appartengono a queste squadre, fanno un corso dove vengono usate attrezzature che non sono normalmente in dotazione ai vvf di partenza in soccorso ordinario, ma affidate a squadre appositamente addestrate all’utilizzo di tali strumenti. I livelli di formazione USAR sono tre, light medium e hard. Il corso light viene svolto da tutti i vvf e dura 8 ore, mentre per poter accedere al medium viene fatta una selezione.  Quando si lavora in un cratere, vengono usati simboli e suoni uguali in tutto il mondo perché le squadre USAR M partecipano a missioni internazionali soprattutto per terremoti e grandi calamità. Per far capire alla gente chi siamo, noi siamo i vigili del fuoco che hanno lavorato all’hotel Rigopiano, al ponte Morandi di Genova, nei crolli ecc. Una squadra USAR e’ composta da 36 unità e 4 devono essere unità cinofile, altrimenti non possono partire. L’ USAR in Italia è stata inventata al comando di Pisa. Grazie a Maia ho potuto partecipare a questo corso e diventare così il primo vigile del comando di Massa Carrara ad avere questo brevetto, un vanto visto la selezione che viene fatta a priori. Ricordo con immenso piacere, che alla fine di quel corso si fece un’esercitazione con i colleghi della Campania, che stavano prendendo il brevetto con me, e quando videro all’opera Maia rimasero a bocca aperta. Gli istruttori nascosero infatti un figurante che simulava la vittima fuori dalla zona circoscritta come cratere e delimitato dal nastro bianco e rosso e Maia uscì dalla zona delimitata ed andò ad abbaiare in un caseggiato segnalando la vittima smascherando così quei “bastardi”, che ci avevano fatto uno scherzo, situazione che tuttavia nella realtà può verificarsi. Mi fecero tutti i complimenti, ma io mi ero fidato solo di Maia ed avevo fatto bene.

 

6) Quando non eravate al lavoro Maia viveva con lei? Come passavate il vostro tempo libero?

Il tempo libero con Maia era quello classico di un cane di famiglia: gite insieme, giornate al mare e al fiume; passeggiate e tanto allenamento. In 34 anni di lavoro come vigile del fuoco, ovvero il lavoro più bello del mondo, gli anni passati da cinofilo con Maia, sono stati i più belli. Maia, oltre a fare quello che nessuno aveva fatto, era diventata la mascotte del nucleo e delle scolaresche che facevano le visite in caserma: era dolcissima e a pensarci mi si strige il cuore. La mia reputazione e la nostra credibilità era tutta riposta nel naso di Maia ed era riposta bene. Se abbiamo avuto un po’ di popolarità è tutto merito suo.

 

7) Cosa le manca di più di lei adesso?

Quello che mi manca è soprattutto il suo sguardo: ci capivamo come si capiscono due migliori amici, non servivano parole, bastava uno sguardo e lei capiva quello che volevo. A me bastava che lei muovesse la coda, prima lentamente e poi più velocemente, per capire che aveva trovato qualcuno; poi arrivava l’abbaio; ecco il suo abbaiare quando trovava qualcuno era una melodia. Di lei mi manca tutto.

Intervista a Carlotta Nelli e Marley

Con grande piacere ho voluto intervistare Carlotta Nelli affinchè ci raccontasse la storia del suo cane Marley, il primo cane cieco della Protezione Civile. Una storia di sensibilità, valori, rispetto e un grande esempio e messaggio per tutti: quella che è una limitazione può diventare un punto di forza.

 

 

1)  Marley è un cane abbandonato in canile dal suo allevatore perchè cieco. Come siete venuti a conoscenza della sua esistenza? Cercavate un cane da adottare?

Avevamo appena perso il mese prima il nostro pastore tedesco Klaus, invalido di zampe, anche lui adottato dal canile a 13 anni ed essendo molto anziano aveva vissuto con noi poco più di due anni. Quando è mancato, eravamo sicuri di voler nuovamente riaprire le porte di casa e del cuore a un altro pelosetto sfortunato e il destino ha voluto che una domenica di febbraio io abbia visto un post su Facebook con la foto di questo cagnolino cieco dietro le grate, che cercava adozione. Contattata la volontaria, abbiamo poi conosciuto la sua storia: che era nato in un allevamento alle porte di Bari,  e che, essendo cieco, non era vendibile e che pertanto era destinato a morire, ma che era poi stato lasciato in canile.

2) Tra i tanti cani in cerca di famiglia perché avete scelto proprio lui? Cosa vi ha colpito subito di lui?

Mi ha colpito il suo muso di una tenerezza disarmante; mi sono innamorata prima di tutto di quel muso e poi, leggendo il post, sono venuta a conoscenza che aveva pochi mesi e che aveva la particolarità di essere cieco. Avendo scelto, come primo cane della mia vita, un cane disabile di zampe, non mi aveva particolarmente colpito il fatto che era non vedente; quando la volontaria ha detto poi che in cinque mesi di appelli non aveva avuto nessuna chiamata, abbiamo deciso di prenderlo.

3) Avevate già delle competenze in ambito cinofilo tali da aiutarlo nelle difficoltà che avrebbe incontrato nelle vita di tutti i giorni o pensavate che l’infinito amore che gli avreste dato vi avrebbe consentito, giorno dopo giorno, di creare un legame sempre più profondo tale da affrontare le varie difficoltà?

E’ stato solo l’amore. Noi facciamo volontariato in canile e portiamo fuori i cani che sono tutti normodotati. Non avevamo mai avuto esperienza con un cane non vedente e non avevamo nessuna competenza di ambito cinofilo;  quella che avevamo fatto con il cane disabile di zampe era stata completamente diversa. Per il nostro precedente cane Klaus dicevamo: “dove non arriveranno le tue zampe arriverà il nostro amore” e così per Marley abbiamo detto “dove non arriveranno i tuoi occhi arriverà il nostro amore” e così abbiamo fatto e di strada nel abbiamo percorsa tanta.

4)  Marley è arrivato con una staffetta? Cosa avete provato la prima volta che l’avete preso in braccio?

Si, è arrivato con una staffetta e quando l’abbiamo preso in braccio per la prima volta abbiamo provato un’emozione grandissima perché lui era immensamente felice con la coda scodinzolante. E’ sempre stato un cane molto fiducioso. Non abbiamo potuto portarlo subito a casa perché mia madre aveva un cagnolino cardiopatico con un tumore alla vescica, e così, per proteggerlo, abbiamo prima portato Marley in una clinica a Pietrasanta per fare tutti i controlli dal veterinario. Il giorno dopo, quando sono andata a trovarlo in clinica, non è stato neanche necessario chiamarlo perché lui mi ha riconosciuto dall’odore e ha percorso il corridoio correndo verso di me. Una sensazione da brividi.  A sette mesi Marley pesava appena sette chili perché un’infezione da giardia, scarsamente responsiva alla terapia, gli impediva di prendere peso; per questo motivo all’inizio la veterinaria era quasi dubbiosa sulla sua sopravvivenza. Durante la sua permanenza in clinica Marley è cascato improvvisamente a terra facendoci molto spaventare; solo in un secondo tempo  abbiamo capito che quello era il suo “modus vivendi”: quando si stancava, si buttava a terra all’improvviso e si addormentava.

5)  Come è stato il primo giorno a casa? Si è subito ambientato o era intimorito dal cambiamento? Ho letto che avete un gatto come è stato il loro incontro?

Si  è ambientato subito meravigliosamente bene, meglio di così non sarebbe potuto andare. Non avendo esperienze con cani non vedenti avevamo contattato alcuni educatori e addestratori i quali ci avevano altamente sconsigliato questo tipo di adozione. L’unica persona che ci aveva dato qualche consiglio ci disse di isolarlo in casa, di creargli una sorta di alcova dove potersi rifugiare e sentirsi sicuro. Noi però non eravamo d’accordo con questo tipo di approccio e gli abbiamo posizionato il cuscino davanti alla televisione al centro del salotto; questa “location” è piaciuta subito a Marley. Ci dissero che avrebbe avuto problemi a trovare la ciotola dell’acqua o altre cose e invece non ha mai avuto nessuna di queste difficoltà, adattandosi benissimo. Si è creato da subito un legame speciale  con Giuliano, il gatto di casa; tra di loro esiste una gerarchia che viene sempre rispettata: è Il gatto che comanda su Marley; le faccio un esempio se Giuliano è sul divano e non gradisce la vicinanza Marley, lui scende giù…. il gatto c’era prima e il gatto comanda.

 

 

6) L’olfatto è il senso principale per un cane, ma anche la vista è importante. Come avete fatto a “diventare i suoi occhi”? Come gli avete insegnato per esempio a saltare o evitare un ostacolo?

Gli abbiamo regalato da subito tanta libertà in modo da farlo sentire autonomo e renderlo indipendente. Il guinzaglio gli dava una sensazione di protezione e per questo lo abbiamo subito tolto. Quando è solo deve stare molto più attento, deve mettere in moto di più l’olfatto e l’udito. Anche le vibrisse sono molto importanti per orientarsi al buio e percepire il mondo circostante. Dal primo giorno lo abbiamo portato in luoghi sicuri a passeggiare e se, per esempio, vedevamo una buca, lo avvisavamo dicendo “attento” e lui si fermava. Se non la vedevamo, lui ci cadeva dentro, si rialzava e così facendo, piano piano, ha imparato a percepire le buche e gli ostacoli. Se c’è un palo e Marley è concentrato, lo sente con le vibrisse, con le vibrazioni del terreno e dell’aria e lo evita. Se invece gioca con una cagnolina perde il lume della ragione e lì sono note dolenti: o lo si porta in uno spazio dove non c’è niente o altrimenti bisogna stare molto concentrati e continuare a ripetere “attento”: lui è abituato a questo comando e si ferma all’istante. Ha imparato a riconosce il tono della voce perché, da piccolo, qualche capocciata l’ha presa.

7) Come è stata la sua prima esperienza con la neve e con il mare?

 

Il primo impatto con la neve è stato molto positivo. Quel giorno eravamo in un bosco  e stava nevicando, quindi era neve morbida; lui era mezzo dentro e mezzo fuori e saltava felice: è stata una bellissima esperienza. Il primo incontro con il mare invece è stata un’esperienza meno piacevole. Il mare infatti  destabilizza, leva la sabbia da sotto le zampe; in acqua si perde facilmente l’orientamento e i forti rumori legati alle onde possono complicare il tutto. Noi però non ci siamo arresi, lo abbiamo portato in barca con il giubbotto salvagente e gli abbiamo fatto fare il bagno in mare aperto direttamente dalla barca. In quel contesto era tutto un altro cane, non aveva paura e nuotava felice; al largo non ci sono rumori legati al rinfrangersi delle onde sulla riva; non si tocca e quindi la sabba non si muove sotto le zampe. E’ nato così un grande amore con il mare, tanto che ora si butta dalla barca anche senza giubbino e va con la testa sott’acqua.

 

8) Ho letto che Marley è diventato il primo cane cieco della Protezione Civile. Come è avvenuto il percorso di formazione?

Tutto è nato per caso. Ci avevano invitato a un programma televisivo registrato a Lecco in una cascina. Nella lunga attesa i Carabinieri presenti avevano notato che Marley annusava il terreno come i cani molecolari e ci hanno proposto di portarlo all’Accademia del mantrailing a Firenze. Abbiamo così iniziato questo percorso con regolarità ogni sabato; a Marley piaceva. Un giorno un responsabile della Protezione Civile ha visto mio marito lavorare insieme al cane e ha detto che avrebbe voluto arruolarli nella Protezione Civile per la ricerca persone in superficie. Il fatto di essere non vedente ha permesso un maggiore sviluppo della sua attività olfattiva, rendendolo migliore di molti altri cani.  Il punto debole si è trasformato in un punto di forza.

 

9) I cani sono creature meravigliose e con il proprio si crea una speciale empatia, un legame unico; spesso loro diventano la nostra forza, il nostro coraggio, la nostra allegria… c’è stata qualche circostanza nella quale Marley è stato la vostra roccia dandovi la forza necessaria?

Ogni giorno Marley ci insegna qualcosa e guardandolo si capisce davvero il valore della vita. Lui è felice; non pensa a quello che ha perso, ma è felice con quello che ha e questa è la più grande lezione che ti da la forza di affrontare qualunque circostanza. Lui ci prova, ci riprova e ci prova ancora e alla fine ce la fa sempre; questo insegnamento quotidiano ti da la forza di affrontare la vita in modo diverso.

 

10) Da questa esperienza sono nati due bellissimi libri giusto?

 

Il primo si chiama “La vita a colori di un cane cieco” dove si racconta la vita di Marley dalla nascita in allevamento, la sua vita nel canile fino alla vita in casa nostra. Il secondo invece si chiama “Noi oltre il buio: come un cane cieco ci ha cambiato la vita” e racconta la storia di due ragazzi che, a piedi scalzi, hanno inseguito un sogno: sono accenni della mia vita e di quella di Marco e di come gli animali ci hanno cambiato la visione della vita.

11) Ci racconti l’esperienza di Sanremo?

Un’esperienza meravigliosa, quest’anno più bella dell’anno scorso. Ci hanno accolto benissimo dappertutto, addirittura Marley è potuto salire sui sedili posteriori del taxi. Quest’anno ho visto una Liguria completamente diversa rispetto all’anno precedente, con un’accoglienza a 360°. Abbiamo fatto il raduno con tutti coloro che lo seguono,  erano in migliaia e tutti lo conoscevano.

 

12) Svolgete altre attività con Marley?

Stiamo lavorando per creare un progetto nelle scuole e intanto andiamo negli ospedali in pediatria a Pisa come Pet-visit e portiamo un sorriso. Ho visto mamme di bimbi ricoverati commuoversi perché la storia di Marley da coraggio per la patologia dei figli.

 

Una bellissima storia che mi ha commosso. Carlotta e Marco sono la prova di come con amore e dedizione si può accogliere in casa un cane che ha delle problematiche, con un profondo arricchimento reciproco.

 

Convegno: I cani nel sociale: una realtà in pieno sviluppo

I cani nel sociale: alla scoperta di una realtà in pieno sviluppo

II edizione

7 ottobre 2023 – ore 10.30 -13.30 – CAM – Corso Garibaldi, 27 – Milano

Con il Patrocinio del Consiglio di Regione Lombardia,  sabato 7 ottobre 2023, alle ore 10.30, presso il CAM di Corso Garibaldi 27 a Milano si terrà la II edizione del convegno dal titolo: “I cani nel sociale: alla scoperta di una realtà in pieno sviluppo”, promosso dall’Associazione Pro(getto)scena Edition ETS.

Parteciperanno: Gianluca Comazzi (Assessore al Territorio e Sistemi verdi); Danilo Bosio  (Comandante Guardie Zoofile Nazionale A.N.P.A.N.A); Luisa Di Biagio (Vicepresidente Cascina Blu Onlus); Antonella  Gullo (Responsabile F.I.B.A per la Provincia di Milano e Presidente Associazione Aspettando te); Adriano Preda (Comandante Lombardia Guardie Zoofile A.N.P.A.N.A.

Responsabile Unità Cinofile cani da ricerca della Lombardia); Chiara Redaelli (medico, ideatrice Progetto: Un angelo con te); Roberto Zampieri (ideatore Progetto Serena – Caregiver a 4 zampe). Coordinamento di Maria Gabriella Giovannelli (Presidente di Pro(getto)scena Edition ETS).

Obiettivo del convegno è quello di darsi un appuntamento annuale per affrontare nelle varie edizioni differenti temi inerenti al ruolo di grande rilevanza svolto da alcune categorie di cani in ambito sociale: aiuto a persone con disabilità, soccorritori nella ricerca di dispersi, in superficie, sotto le valanghe, sotto le macerie; operazioni di salvataggio in acqua; aiuto a bambini e adulti, che hanno subito violenze. Non ultimo per importanza il ruolo svolto in ambito medico/ospedaliero, nell’autismo, con la Pet Therapy e non solo.  Il convegno vuole rappresentare anche un momento di aggiornamento sugli sviluppi a livello nazionale e internazionale di nuovi progetti e sugli sviluppi della ricerca nell’ambito dell’utilizzo dei pet nel sociale. A tal fine viene data la possibilità a realtà che operano nel settore di farsi conoscere e di parlare di progetti innovativi. Rivolgendoci ad un ampio target, risulta importate affiancare a queste tematiche quelle inerenti l’adozione responsabile, le adozioni a distanza, le staffette e il randagismo, esaminandone luci ed ombre.

Seguirà la premiazione dei vincitori della II edizione del concorso fotografico “Un angelo con te

e verranno consegnati i Riconoscimenti speciali Un angelo con te 2023” a Roberto Zampieri per l’attività di ricerca e di formazione di cani utilizzati nell’allerta diabete e nella diagnosi precoce di alcune patologie e a Antonella Gullo per l’attività di sostegno svolta, in epoca di pandemia, a quelle famiglie che non avevano la possibilità di occuparsi dei Pet per le necessità quotidiane.

A tutti i vincitori del Concorso fotografico verranno offerti da Cascina Blu Onlus minicorsi di formazione cinofila; ai rifugi verrà donato cibo da parte di Almo Nature.

Maria Gabriella Giovannelli

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